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11/02/16

The Lobster


Immaginate un futuro dove non c’è possibilità di scegliere, dove o si è solitari o si sta in coppia col proprio simile.
Immaginate, nel caso in cui non riusciate a trovare la persona giusta entro quarantacinque giorni e non siate abbastanza abili da vivere nel bosco come solitari, di venire trasformati in animali.
Questo è il futuro del film The Lobster del regista Yorgos Lanthimos che ho visto l’altra sera insieme a Marcel e alla sua ragazza.

Un film alienante, questa è la parola giusta.
Peggio persino di 1984 che di alienazione ne aveva a volontà.

La caratteristica del futuro descritto è la seguente: in questo mondo le persone sono divise in due categorie, coppie e solitari.
Entrambe queste categorie hanno regole brutali cui sottostare.
Gli accoppiati devono stare a vita con un’altra persona e se la perdono hanno quarantacinque giorni di tempo per trovare il proprio simile (e per simile si intende proprio il senso letterario: se la persona è zoppa, il compagno deve essere zoppo, se è sordo anche l’altro deve essere sordo e così via…) all’interno di una struttura simile a un hotel con leggi da campo di concentramento.
Altrimenti la loro coscienza viene trasferita in quella di un animale scelto all’inizio del soggiorno dal soggetto (e da qui il titolo del film, perché il protagonista sceglie l’aragosta come eventuale animale in cui venire trasformato) e i loro corpi sono venduti agli ospedali per essere riciclati.
I solitari invece vivono come bestie nel bosco circostante “l’hotel”, sono prede della caccia dei single che aspirano a stare con qualcuno (più solitari catturati, più giorni di permanenza e possibilità di trovare un partner) e non possono avere alcun rapporto sociale con gli altri solitari escluse le pubbliche conversazioni.
Se per caso si flirta o si hanno rapporti sessuali, le punizioni corporee sono ai limiti dell’allucinante.

La pellicola del regista greco Lanthimos fa parte della miriade di film distopici che negli ultimi anni girano intorno a noi come minacciosi satelliti, opere nate dalla convinzione che il mondo non potrà mai più girare per il meglio e che quindi bisogna raccontare gli incubi latenti di un’epoca dal futuro molto oscuro e sicuramente tragico.
Per la serie grazie a tutti per la fiducia.

Il film ha molti spunti, poco sfruttati a mio parere, e altrettanto poche spiegazioni e per questo non risulta abbastanza convincente.
La musica (ringrazio Marcel per avermelo scritto) è come i dialoghi sottotitolati che ho letto: alienante.
Giuro, ci sono scene che non c’entrano un bel niente con i dialoghi e tanto meno, da quanto mi è stato riferito, con la colonna sonora.
Siamo andati sia oltre 1984 che Arancia meccanica, e questo è tutto un dire.

Cosa colpisce allora di questo film girato da un regista troppo amante di se stesso da accorgersi delle imperfezioni che lascia nel suo lavoro?
La mancanza totale di amore.
Il fulcro del film è questo: l’amore non esiste.
Si decanta, si finge, si proibisce, si usa come idea ma in realtà non c’è.
Questi individui, accoppiati o solitari che siano, sono privi di coscienza e di empatia.
Sono privi di pensieri, sono marionette che girano come idioti in un mondo ancora più idiota di loro.

La domanda è: ma finiremo sul serio così?


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