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29/08/13

La Bella Addormentata nel bosco

Dedico questo post alla mia amica Melinda del blog Meline Sante, perché questa è la sua favola preferita.


La storia della Bella Addormentata nel Bosco la conoscono tutti.
O meglio, credono di conoscerla, vediamo perché.
La prima versione di questa fiaba è greca ed è legata al mito di Danae:

Argo, dalle molte torri, era governata da Acrisio che aveva una sola figlia Danae, bellissima ma che non poteva succedergli al trono.
Acrisio andò dunque a consultare un oracolo che gli rispose che Danae gli avrebbe dato un nipote maschio, il quale sarebbe diventato un grande eroe, ma che sarebbe stato causa della sua morte e avrebbe poi regnato al suo posto.
Per impedire il compimento della profezia, Acrisio fece costruire una prigione sotterranea in una delle torri della città con mura di bronzo, dove fece rinchiudere Danae.
La sfortunata Danae, fra le mura di bronzo, era controllata da sentinelle armate che avevano il compito di non far passare nessun uomo.
Ma Zeus per penetrare nel sotterraneo e fare che la profezia si avverasse, si trasformò in pioggia d'oro che, durante un temporale piovve sulla torre e penetrò sotto terra, attraversando le pareti di bronzo, inzuppò di sé Danae addormentata, fecondandola.
Quando nacque Perseo, il figlio di Danae, Acrisio, udendo i vagiti del piccolo, capì che gli era nato un nipote, perse la testa dal terrore e, rinchiusi  Danae e il figlio in una cassa, li fece buttare in mare per liberarsi di loro e cambiare il destino.
Per volere di Giove la cassa rimase a galla e si arenò sulla sponda dell'isola di Serìfo, una delle Cicladi, di cui era re Polidette.
Il fratello del re, mentre era a pesca, trovò la cassa ed i due naufraghi e li portò al palazzo di Polidette che li accolse benignamente.
Pèrseo, il figlio di Giove e Danae, fu allevato come un principe, crebbe sano e forte, buono, generoso e desideroso di gloria, alcune leggende raccontano che la madre Danae intanto era la schiava del re.
Il re Polidette, si innamorò di Danae e voleva a tutti i costi sposarla, ma respinto, sospettò che fosse il figlio Pèrseo ad ostacolare la sua felicità e cominciò ad odiarlo ed a cercare il modo per eliminarlo.
Per allontanarlo, approfittò della sua ambizione di gloria e gli propose di compiere un'impresa che riteneva impossibile: Pèrseo doveva portargli la testa di Medusa.
Un'altra leggenda racconta che per partecipare ad un pranzo rituale al quale bisognava presentarsi con un cavallo, Perseo, che non ne possedeva uno, dichiarò che avrebbe portato la testa della Medusa, raffigurata allora con il corpo di un cavallo.
In questa impresa il giovane eroe avrebbe dovuto morire, ma, protetto dagli dei e dal suo coraggio superò la prova e, prima di tornare dalla madre Danae ebbe grandiose avventure.
Alla fine Pèrseo stanco di avventura decise di  ritirarsi a vita tranquilla, tornando ad Argo, suo paese d'origine. La notizia di questo ritorno arrivò ad Acrisio che, spaventato per la profezia e per le malefatte, scappò e si rifugiò a Larissa, sotto mentite spoglie.
Ma poiché è scritto che nessuno può sfuggire al proprio destino, capitò che Pèrseo volle partecipare alle gare dei giochi atletici che il re di Larissa aveva ordinato e, nel lanciare un disco, questo gli sfuggì di mano e andò a colpire Acrisio, uccidendolo, realizzando alla fine la funesta profezia.


La versione più nota a noi della favola moderna è quella dei fratelli Grimm che finisce appunto col matrimonio tra il principe e Rosaspina e non compare l'orchessa, la madre del principe, come accade in quella di Perrault che poi è stata trasformata (com’è accaduto per Cenerentola) in un bellissimo balletto.
Di questa storia si ha ancora prima una versione di Giambattista Basile ne Il Pentamerone con Talia, Sole e Luna la quale però è molto cruda e non viene mai proposta ai bambini e viene quindi omesso il seguito della storia, in cui Rosaspina (o Talia) dava alla luce due bambini, Sole e Luna.
Oltre ai natali italiani, la favole vanta anche remote origini orientali e nel corso dei secoli ha subito una lunga serie di trasformazioni, che riflettono i mutamenti sociali, culturali e religiosi dei diversi paesi europei fino ai nostri tempi.
La versione che io vi propongo oggi è quella dei fratelli Grimm, tradotta da Carlo Collodi, che è stata successivamente trasformata da Walt Disney nel celeberrimo cartone animato che tutti conosciamo, dove però la protagonista si chiama sia Aurora sia Rosaspina.

C'era una volta un Re e una Regina che erano disperati di non aver figliuoli, ma tanto disperati, da non potersi dir quanto.
Andavano tutti gli anni ai bagni, ora qui ora là: voti, pellegrinaggi; vollero provarle tutte: ma nulla giovava.
Alla fine la Regina rimase incinta, e partorì una bambina.
Fu fatto un battesimo di gala; si diedero per comari alla Principessina tutte le fate che si poterono trovare nel paese (ce n'erano sette) perché ciascuna di esse le facesse un regalo; e così toccarono alla Principessa tutte le perfezioni immaginabili di questo mondo.


Dopo la cerimonia del battesimo, il corteggio tornò al palazzo reale, dove si dava una gran festa in onore delle fate.
Davanti a ciascuna di esse fu messa una magnifica posata, in un astuccio d'oro massiccio, dove c'era dentro un cucchiaio, una forchetta e un coltello d'oro finissimo, tutti guarniti di diamanti e di rubini.
Ma in quel mentre stavano per prendere il loro posto a tavola, si vide entrare una vecchia fata, la quale non era stata invitata con le altre, perché da cinquant'anni non usciva più dalla sua torre e tutti la credevano morta e incantata.
Il Re le fece dare una posata, ma non ci fu modo di farle dare, come alle altre, una posata d'oro massiccio, perché di queste ne erano state ordinate solamente sette, per le sette fate.
La vecchia prese la cosa per uno sgarbo, e brontolò fra i denti alcune parole di minaccia.
Una delle giovani fate, che era accanto a lei, la sentì, e per paura che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, appena alzati da tavola, andò a nascondersi dietro una portiera, per potere in questo modo esser l'ultima a parlare, e rimediare, in quanto fosse stato possibile, al male che la vecchia avesse fatto.
Intanto le fate cominciarono a distribuire alla Principessa i loro doni. La più giovane di tutte le diede in regalo che ella sarebbe stata la più bella donna del mondo: un'altra, che ella avrebbe avuto moltissimo spirito: la terza, che avrebbe messo una grazia incantevole in tutte le cose che avesse fatto: la quinta che avrebbe cantato come un usignolo: e la sesta, che avrebbe suonato tutti gli strumenti con una perfezione da strasecolare.
Essendo venuto il momento della vecchia fata, essa disse tentennando il capo più per la bizza che per ragion degli anni, che la Principessa si sarebbe bucata la mano con un fuso e che ne sarebbe morta! Questo orribile regalo fece venire i brividi a tutte le persone della corte, e non ci fu uno solo che non piangesse.
A questo punto, la giovane fata uscì di dietro la portiera e disse forte queste parole:
"Rassicuratevi, o Re e Regina; la vostra figlia non morirà: è vero che io non ho abbastanza potere per disfare tutto l'incantesimo che ha fatto la mia sorella maggiore: la Principessa si bucherà la mano con un fuso, ma invece di morire, s'addormenterà soltanto in un profondo sonno, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un Re la verrà a svegliare".


Il Re, per la passione di scansare la sciagura annunziatagli dalla vecchia, fece subito bandire un editto, col quale era proibito a tutti di filare col fuso e di tenere fusi per casa, pena la vita.
Fatto sta, che passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati a una loro villa, accadde che la Principessina, correndo un giorno per il castello e mutando da un quartiere all'altro, salì fino in cima a una torre, dove in una piccola soffitta c'era una vecchina, che se ne stava sola sola, filando la sua rocca. Questa buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso.
"Che fate voi, buona donna?", disse la Principessa.
"Son qui che filo, mia bella ragazza", le rispose la vecchia, che non la conosceva punto.
"Oh! carino, carino tanto!", disse la Principessa, "ma come fate? datemi un po' qua, che voglio vedere se mi riesce anche a me."
Vivacissima e anche un tantino avventata com'era (e d'altra parte il decreto della fata voleva così), non aveva ancora finito di prendere in mano il fuso, che si bucò la mano e cadde svenuta.
La buona vecchia, non sapendo che cosa si fare, si mette a gridare aiuto. Corre gente da tutte le parti; spruzzano dell'acqua sul viso alla Principessa: le sganciano i vestiti, le battono sulle mani, le stropicciano le tempie con acqua della Regina d'Ungheria; ma non c'è verso di farla tornare in sé.
Allora il Re, che era accorso al rumore, si ricordò della predizione delle fate: e sapendo bene che questa cosa doveva accadere, perché le fate l'avevano detto, fece mettere la Principessa nel più bell'appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricami d'oro e d'argento.
Si sarebbe detta un angelo, tanto era bella: perché lo svenimento non aveva scemato nulla alla bella tinta rosa del suo colorito: le gote erano di un bel carnato, e le labbra come il corallo.
Ella aveva soltanto gli occhi chiusi: ma si sentiva respirare dolcemente; e così dava a vedere che non era morta.
Il Re ordinò che la lasciassero dormire in pace finché non fosse arrivata la sua ora di destarsi.
La buona fata, che le aveva salvata la vita, condannandola a dormire per cento anni, si trovava nel regno di Matacchino, distante di là dodici mila chilometri, quando capitò alla Principessa questa disgrazia: ma ne fu avvertita in un baleno da un piccolo nano che portava ai piedi degli stivali di sette chilometri (erano stivali, coi quali si facevano sette chilometri per ogni gambata).
La fata partì subito, e in men di un'ora fu vista arrivare dentro un carro di fuoco, tirato dai draghi.
Il Re andò ad offrirle la mano, per farla scendere dal carro. Ella diè un'occhiata a quanto era stato fatto: e perché era molto prudente, pensò che quando la Principessa venisse a svegliarsi, si vedrebbe in un brutto impiccio, a trovarsi sola sola in quel vecchio castello; ed ecco quello che fece.
Toccò colla sua bacchetta tutto ciò che era nel castello (meno il Re e la Regina) governanti, damigelle d'onore, cameriste, gentiluomini, ufficiali, maggiordomi, cuochi, sguatteri, lacchè, guardie, svizzeri, paggi e servitori; e così toccò ugualmente tutti i cavalli, che erano nella scuderia coi loro palafrenieri e i grossi mastini di guardia nei cortili e la piccola Puffe, la canina della Principessa, che era accanto a lei, sul suo letto.
Appena li ebbe toccati, si addormentarono tutti, per risvegliarsi soltanto quando si sarebbe risvegliata la loro padrona, onde trovarsi pronti a servirla in tutto e per tutto.
Gli stessi spiedi, che giravano sul fuoco, pieni di pernici e di fagiani si addormentarono: e si addormentò anche il fuoco. E tutte queste cose furono fatte in un batter d'occhio; perché le fate sono sveltissime nelle loro faccende.
Allora il Re e la Regina, quand'ebbero baciata la loro figliuola, senza che si svegliasse, uscirono dal castello, e fecero bandire che nessuno si fosse avvicinato a quei pressi. E la proibizione non era nemmeno necessaria, perché in meno d'un quarto d'ora crebbe, lì dintorno al parco, una quantità straordinaria di alberi, di arbusti, di sterpi e di pruneti, così intrecciati fra loro, che non c'era pericolo che uomo o animale potesse passarvi attraverso.
Si vedevano appena le punte delle torri del castello: ma bisognava guardarle da una gran distanza. E anche qui è facile riconoscere che la fata aveva trovato un ripiego del suo mestiere, affinché la Principessa, durante il sonno, non avesse a temere l'indiscretezza dei curiosi.


In capo a cent'anni, il figlio del Re che regnava allora, e che era di un'altra famiglia che non aveva che far nulla con quella della Principessa addormentata, andando a caccia in quei dintorni, domandò che cosa fossero le torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella folta boscaglia.
Ciascuno gli rispose, secondo quello che ne avevano sentito dire: chi gli diceva che era un vecchio castello abitato dagli spiriti; chi raccontava che tutti gli stregoni del vicinato ci facevano il loro sabato. La voce più comune era quella che ci stesse di casa un orco, il quale portava dentro tutti i ragazzi che poteva agguantare, per poi mangiarseli a suo comodo, e senza pericolo che qualcuno lo rincorresse, perché egli solo aveva la virtù di aprirsi una strada attraverso il bosco.
Il Principe non sapeva a chi dar retta, quando un vecchio contadino prese la parola e gli disse:
"Mio buon Principe, sarà ormai più di cinquant'anni che ho sentito raccontare da mio padre che in quel castello c'era una Principessa, la più bella che si potesse mai vedere; che essa doveva dormirvi cento anni, e che sarebbe destata dal figlio di un Re, al quale era destinata in sposa".
A queste parole, il Principe s'infiammò; senza esitare un attimo, pensò che sarebbe stato lui, quello che avrebbe condotto a fine una sì bella avventura, e spinto dall'amore e dalla gloria, decise di mettersi subito alla prova.
Appena si mosse verso il bosco, ecco che subito tutti gli alberi d'alto fusto e i pruneti e i roveti si tirarono da parte, da se stessi, per lasciarlo passare.
Egli s'incamminò verso il castello, che era in fondo a un viale, ed entrò dentro; e la cosa che gli fece un po' di stupore, fu quella di vedere che nessuno delle sue genti aveva potuto seguirlo, perché gli alberi, appena passato lui, erano tornati a ravvicinarsi.
Ma non per questo si peritò a tirare avanti per la sua strada: un Principe giovine e innamorato è sempre pien di valore.
Entrò in un gran cortile, dove lo spettacolo che gli apparve dinanzi agli occhi sarebbe bastato a farlo gelare di spavento.
C'era un silenzio, che metteva paura: dappertutto l'immagine della morte: non si vedevano altro che corpi distesi per terra, di uomini e di animali, che parevano morti, se non che dal naso bitorzoluto e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, egli si poté accorgere che erano soltanto addormentati, e i loro bicchieri, dove c'erano sempre gli ultimi sgoccioli di vino, mostravano chiaro che si erano addormentati trincando.
Passa quindi in un altro gran cortile, tutto lastricato di marmo; sale la scala ed entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila colla carabina in braccio, e russavano come tanti ghiri; traversa molte altre stanze piene di cavalieri e di dame, tutti addormentati, chi in piedi chi a sedere.
Entra finalmente in una camera tutta dorata, e vede sopra un letto, che aveva le cortine tirate su dai quattro lati, il più bello spettacolo che avesse visto mai, una Principessa che mostrava dai quindici ai sedici anni, e nel cui aspetto sfolgoreggiante c'era qualche cosa di luminoso e di divino.
Si accostò tremando e ammirando, e si pose in ginocchio accanto a lei.
In quel punto, siccome la fine dell'incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con certi occhi, più teneri assai di quello che sarebbe lecito in un primo abboccamento, "Siete voi, o mio Principe?", ella gli disse. "Vi siete fatto molto aspettare!"
Il Principe, incantato da queste parole, e più ancora dal modo col quale erano dette, non sapeva come fare a esprimerle la sua grazia e la sua gratitudine.
Giurò che l'amava più di se stesso. I suoi discorsi furono sconnessi e per questo piacquero di più; perché, poca eloquenza, grande amore!
Esso era più imbrogliato di lei, né c'è da farsene meraviglia, a motivo che la Principessa aveva avuto tutto il tempo per poter pensare alle cose che avrebbe avuto da dirgli: perché, a quanto pare (la storia peraltro non ne fa parola), durante un sonno così lungo, la sua buona fata le avea regalato dei piacevolissimi sogni.
Fatto sta, che erano già quattro ore che parlavano fra loro due, fitto fitto, e non si erano ancora detta la metà delle cose che avevano da dirsi.
Intanto tutte le persone del palazzo si erano svegliate colla Principessa: e ciascuno aveva ripreso le sue faccende: e siccome tutti non erano innamorati, così non si reggevano in piedi dalla fame.
La dama d'onore, che sentiva sfinirsi come gli altri, perdé la pazienza e disse ad alta voce alla Principessa che la zuppa era in tavola.
Il Principe diede mano alla Principessa perché si alzasse: ella era già abbigliata e con gran magnificenza: ed egli fu abbastanza prudente da farle osservare, che era vestita come la mi' nonna, e che aveva un camicino alto fin sotto gli orecchi, come costumava un secolo addietro.
Ma non per questo era meno bella.
Passarono nel gran salone degli specchi e lì cenarono, serviti a tavola dagli ufficiali della Principessa. Gli oboe e i violini suonarono delle sinfonie vecchissime, ma sempre belle, quantunque fosse quasi cent'anni che nessuno pensava più a suonarle: e dopo cena, senza metter tempo in mezzo, il grande elemosiniere li maritò nella cappella di corte, e la dama d'onore tirò le cortine del parato.
Dormirono poco. La Principessa non ne aveva un gran bisogno e vissero cent'anni e più felici e contenti.


A causa delle molteplici implicazioni sociali e psicologiche legate a questa fiaba (infatti il mito di Aurora è la storia della crescita di ogni ragazza che da bambina si trasforma in donna), non sono state tratte molte versioni cinematografiche, soltanto due film del 1987 e del 1989 ma il prossimo anno uscirà nelle sale Maleficent (sempre Dinsey) con Angelina Jolie nei panni della strega: si aspetta quindi un grande ritorno di questa favola che non passa mai di moda.


So chi sei
Vicino al mio cuor
Ogni or sei tu
So chi sei
Di tutti i miei sogni
Il dolce oggetto sei tu
Anche se nei sogni
E' tutta illusione e nulla più
Il mio cuore sa che nella realtà
A me tu verrai
E che mi amerai
Ancor di più.

(Walt Disney)








23 commenti:

Melinda Santilli ha detto...

Xavier grazie, grazie e grazie!!!!!!!!
E' la mia favola preferita, sono contentissima di questo post e della ricerca approfondita che hai fatto.
Le origini orientali della fiaba si ritrovano nella leggenda della dama Ren detta la volpe bianca che colpita da un demone dormì cento anni prima di ritrovare l'amore e tornare alla vita.
Un bacione super!!!!

Gianna Ferri ha detto...

Oh Xavier, mi hai regalato momenti d'intensa gioia...non conoscevo per intero la fiaba, grazie!

Sei stato bravissimo a narrarla così bene.

Complimenti!

Giuls A ha detto...

Io adoro questa favola! ma anche quella "originale" è molto bella!
I miti e le leggende mi piacciono un sacco!
Un abbraccio!

Betty ha detto...

Accipicchia quante versioni ne esistono... non le conoscevo... sarà contenta Melinda...
Bellissimo post, e il tuo wall.
Buona giornata Xavier, con un grande abbraccio

Audrey Borderline ha detto...

Ciao Xavier,
la bella addormentata nel bosco è sicuramente una delle fiabe più amate dalle bambine, anche se io ero e sono una super fan della bella e la bestia.
Sicuramente trovo la prima versione, quella legata al mito, molto interessante e particolare. Ovviamente è strano leggere come una fiaba, che noi crediamo conoscere abbia cosi tante varianti. Anch'io attendo con ansia un bel film legato alla storia, perchè come hai ben detto tu ne esistono pochissimi.
Complimenti per il gran bel lavoro.
Un abbraccio

Nando Esposito ha detto...

La favola disney è una delle mie preferite, non sapevo che c'erano tutte quelle versioni, sopratutto quella dei fratelli Grimm...un eccellente post, e anche la Wall è bellissima :)

Lumi ha detto...

Grazie per questo riassunto! Mia sorella è stata chiamata Aurora proprio per la principessa di questa fiaba, di cui però non ho capito perchè sia conosciuta con più di un nome.
Un saluto

Antonella S. ha detto...

Ciao Xavier, è una favola bellissima che anche a me è sempre piaciuta molto e poi io e mio marito siamo appassionati di favole e di cartone Disney.

Quello che non conoscevo era il collegamento con il mito Danae e mi è molto piaciuto.

Come sempre sei stato molto bravo, un abbraccio e un bacione.
Antonella

Stefyp. ha detto...

Ciao Xavier, sono passata per un saluto ed ho trovato questo affascinante post. Non conoscevo la versione del mito, ti ringrazio per la proposta.
Tanti auguri per il tuo anno scolastico impegnativo, e per la tua cara nonna, verrò a leggerti ancora....
Un abbraccio, Stefania

Chat Noir ha detto...

Okay Mel, con te non parlo più, ti ho detto che la principessa azzurra ancora non esiste!
Bacioni

Chat Noir ha detto...

Grazie Gianna,
un abbraccio!

Chat Noir ha detto...

Allora spero che ti piaceranno anche i prossimi post sulle favole.
Un abbraccio

Chat Noir ha detto...

Ciao Betty, ricorda che se vuoi questo post puoi inserirlo (come puoi fare con tutte le fiabe e tutto ciò che ritieni utile) nel tuo sito Baby Flash.
Un abbraccio

Chat Noir ha detto...

Per la Bella e la Bestia devi avere ancora un pò di pazienza...
Speriamo bene per il film,
un abbraccio

Chat Noir ha detto...

Grazie Nando :)
tvb

Chat Noir ha detto...

Beh la Disney ha deciso di dare più nomi alla principessa per omaggiare tutte le versioni della favola! In realtà il nome preciso è Rosaspina e Aurora è il nome di sua figlia.
Un abbraccio

Chat Noir ha detto...

Grazie Anto, già che ci sono ti chiedo qual è la favola che ti piace di più.
Un abbraccio!

Chat Noir ha detto...

Grazie Stefy, passa quando vuoi!
Un abbraccio

Nella Crosiglia ha detto...

Che meraviglia il racconto delle favole...mi ricordano molto il mio papà che le sapeva raccontare magnificamente...
Grazie Xavier e grazie alla dolce Melinda che te le ha ispirate!
Bacio speciale!

adriana ha detto...

Non sapevo che la fiaba avesse preso spunto dalla storia di Perseo.
Ottima narrazione, una piacevole lettura...e , se posso permettermi, vai a Pamukkale, ne vale davvero la pena, è un'esperienza indimenticabile, io ho accompagnato i miei figli quando erano piccoli e ne hanno ancora un ricordo indelebile.

Betty ha detto...

Ma grazie Xavier, non so che dire... sei troppo generoso con me e mi piacerebbe ricambiare in qualche modo...
Un bacione :-)

RobbyRoby ha detto...

ciao
bello questo post. Mi piace. Io adoro il mondo delle fiabe.

Miss Dreamer ha detto...

"...Anche se nei sogni
E' tutta illusione e nulla più ..."

E' sempre bello sognare! Prima o poi incontrerai il tuo "mister perfect", non disperare "Non è mai troppo tardi per essere quello che vuoi essere".