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03/06/13

Ted Bundy, il ragazzo della porta accanto



Il giudice Edward Cowart entrò nell’aula di giustizia, si sedette, guardò attentamente davanti a se, indugiando a lungo sullo sguardo dell’uomo che aveva di fronte,poi pronunciò queste parole:
«È stabilito che siate messo a morte per mezzo della corrente elettrica, che tale corrente sia passata attraverso il vostro corpo fino alla morte. Prendetevi cura di voi stesso. 
Ve lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. 
Siete un giovane brillante. Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso».
L’uomo a cui erano indirizzate quelle tremende parole era Theodore Robert Bundy, uno dei più feroci serial killer della storia americana.

Ted Bundy nasce il 24 novembre del 1946 in un centro dello stato americano del Vermont, Burlington. La madre lo da in adozione, per evitare lo scandalo di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, salvo poi pentirsene e andarselo a riprendere. Curiosamente la donna da allora in poi si presenta a tutti come la sorella di Ted, dichiarando che il bambino è figlio dei suoi genitori.
Sarà nel maggio del 1951 che Ted prenderà il cognome Bundy, quando la madre sposerà un cuoco, John Bundy.

E’ un ragazzo tranquillo, timido e riservato, molto spesso preso di mira dai compagni per la sua docilità. Probabilmente la sua nascita illegittima, unita alle angherie a cui è sottoposto dai compagni di scuola, lo portano a sviluppare una qualche forma di risentimento verso tutti, che sfocerà nell’adolescenza in comportamenti definiti dai suoi professori “pericolosi e imprevedibili”.
Nel 1965 arriva al diploma, con una borsa di studio per l’università di Tracoma, nello stato di Washington. Nel frattempo su di lui si sono addensati dei sospetti: c’è chi dice che spii le donne dalle finestre,e che rubi vestiti nei negozi.
Ma è roba di poco conto. Mentre frequenta l’università, conosce e si innamora di una ragazza bruna, figlia di una facoltosa famiglia della California.
E’ Stephanie Brooks. La donna si innamora del bel Ted, persona affascinante ed elegante. Ma l’idilio dura poco, la bella Stephanie inizia a dubitare sia delle storie raccontate da Ted, sia delle sue effettive capacità. I due si lasciano e la cosa avrà su Bundy un effetto determinante. Il giovane si trasferisce, nel 1968 a Palo Alto, e nel 1969 decide di far ritorno alla sua città natale, Burlington.
Qua apprende la verità sulla sua nascita. E’ un nuovo colpo, che va a sommarsi alla delusione per la fine della sua relazione con Stephanie.



Riparte per Washington, dove si dedica allo studio, con buoni risultati. Allaccia una relazione con una donna divorziata, Meg, lavora alla campagna politica per conto del partito Repubblicano e alla fine arriva alla laurea.
A gennaio del 1974, il giovane laureato, l’affascinante Fred, dalla vita comune compie il balzo improvviso e si trasforma in una fredda macchina di morte.
Una ragazzina, la diciottenne Jony Lentz, di Seattle, viene ritrovata agonizzante nel suo letto: è stata picchiata a morte, brutalizzata con ferocia inaudita. 

Pochi giorni dopo, sempre a Seattle, scompare un’altra ragazza, Linda Healy
 A giugno viene ritrovata morta in un parco Brenda Baker.
Ad agosto vengono ritrovati i resti di due ragazze scomparse un mese prima: si tratta delle giovani Janice Ott e Denise Naslund. Solo un paziente e certosino lavoro degli anatomi patologi permette l’identificazione dei poveri resti. Nel frattempo le indagini permettono di stabilire che Janice Ott, prima di morire, ha incontrato un giovane che portava un gesso al braccio.
La storia appare sui giornali, e una ragazza, Janice Graham, si reca dalla polizia e racconta che un tizio, un tale Ted, con un braccio ingessato, aveva cercato di portarla in una casa su una collina ma lei aveva rifiutato.
E’ una testimonianza determinante, perché da quel momento viene disegnato un primo identikit del presunto assassino, anche se nei mesi seguenti altre vittime spariscono misteriosamente.

Finalmente nel novembre del 1974,il giorno 8, commette il primo errore e per
alcuni mesi la terribile scia di morte sembra arrestarsi
Ma tra gennaio e aprile del 1977 scompaiono altre quattro giovani donne.
A questo punto è solo il destino che mette gli investigatori sulla traccia giusta: il 16 agosto del 1977 un poliziotto della stradale, Robert Haywood, fratello del detective Pete, che indaga sui delitti di Salt Lake City, vede una Volkswagen maggiolino aggirarsi per la cittadina di Granger, nello Utah; il comportamento del guidatore insospettisce l’agente, che decide di fermare il veicolo, tuttavia l’auto non si ferma. Pochi minuti, e l’agente riesce a raggiungere l’uomo alla guida dell’auto: all’interno manca il sedile del passeggero.
Haywood blocca il misterioso guidatore, che viene identificato come Theodore Bundy.


Bundy viene arrestato ufficialmente per aver eluso un controllo di polizia, ma gli investigatori sono certi di aver messo le mani su qualcuno di importante.
L’uomo viene rinchiuso in un carcere del Colorado,in attesa che la sua posizione processuale venga definita e grazie a un’imprudenza commessa dai suoi custodi riesce a scappare
Di nuovo libero, aggredisce una ragazzina di dodici anni, la sua ultima vittima.

Dopo l’ultimo arresto ha inizio un lungo processo, in cui Bundy si difende da solo dimostrando un’intelligenza fuori dal comune, che si conclude con una sentenza di morte.
Il 24 gennaio del 1989, alle ore 7,06, Theodore Bundy salì sulla sedia elettrica e venne dichiarato morto alle 7,16.

Si stima che abbia ucciso fra le 80/100 vittime anche se il numero delle donne uccise e ritrovate sono solo trenta.  
Questa è l’ultima intervista che ha rilasciato prima della sua morte.

Psicologo:
Sono le 2:30 p.m. La sua esecuzione è stata fissata domani mattina alle 7:00. Quali sono i pensieri che le attraversano la mente?

Ted Bundy:
E' una sensazione che sto vivendo momento per momento. A volte mi sento tranquillo, altre non lo sono affatto. Spero di riuscire a utilizzare il poco tempo che mi rimane nella maniera più fruttuosa possibile. E' questo il solo pensiero che mi aiuta a vivere il presente: ogni essere umano dovrebbe utilizzare il tempo che gli è dato in modo produttivo.

Psicologo:
Lei è stato accusato di aver ucciso molte donne...

Ted Bundy:
No, questa è solo una parte della tragedia legata alla situazione. Io sono cresciuto in una bella casa, ho avuto due genitori premurosi e affettuosi. Eravamo 5 tra fratelli e sorelle. Andavamo regolarmente in chiesa e i miei genitori non hanno mai giocato d'azzardo nè bevuto. Non ci sono mai stati atti di violenza psicologica o fisica a casa mia. La mia è una solida famiglia cristiana. E spero che nessuno accuserà mai nessuno di loro di aver contribuito a tutto ciò che ho fatto. Il mio percorso è cominciato all'età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L'unione di sesso e violenza porta ad un comportamento terribile da definire.

Psicologo:
Si spieghi meglio...

Ted Bundy:
Con le mie parole non cerco di condannare la pornografia. Non sto dicendo che mi ha portato a commettere questi crimini. Mi addosso tutta la responsabilità per ciò che ho fatto. La questione è come questo tipo di letteratura possa contribuire a sviluppare un atteggiamento violento in soggetti predisposti.

Psicologo:
La pornografia ha acceso le sue fantasie?



Ted Bundy:
Si, all'inizio. Per poi cristallizzarsi in qualcosa che vive in me come un'entità distaccata.

Psicologo:
Mi spieghi come queste fantasie si trasformano in realtà.

Ted Bundy:                                                                                   
E' come una droga. Si è sempre alla ricerca di qualcosa che dia maggiore eccitazione. Alla fine la sola pornografia non basta. E a quel punto cominci a pensare che l'atto fisico può darti una sensazione maggiore rispetto alla semplice lettura.

Psicologo:
Quanto tempo è passato dalle fantasie al momento in cui ha commesso il primo crimine?

Ted Bundy:
Un paio di anni. Ho combattuto contro le mie inibizioni e contro i condizionamenti della mia infanzia, delle mie amicizie, della scuola, della chiesa. Ma tutte queste barriere alla fine non sono state abbastanza forti dall'impedirmi di fare ciò che ho fatto.

Psicologo:
La definirebbe "mania sessuale"?

Ted Bundy:
Un istinto, per meglio dire. La costruzione di un'energia distruttiva. L'alcool ha contribuito a tutto questo, perchè riduceva le mie inibizioni laddove la pornografia le alimentava.

Psicologo:
Come si è sentito dopo aver commesso il primo crimine?



L'unica sopravvissuta 

Ted Bundy:
Mi è ancora difficile parlarne. E' stato come svegliarsi da un incubo con la sensazione di essere stato posseduto da qualcosa di terribile ed estraneo. Il giorno dopo, il risvegliarmi e analizzare a mente lucida con gli occhi della mia coscienza etica e morale ciò che avevo fatto è stato terribile.

Psicologo:
Prima di allora non aveva mai avuto il sospetto che avrebbe potuto fare una cosa del genere?

Ted Bundy:
Non trovo il modo di descrivere la forza dell'impulso che ti spinge a commettere un atto di questo tipo... E ogni volta che appagavo questa forza il livello di energia recedeva e diventavo di nuovo me stesso. Di fatto ero una persona normale, con dei buoni amici, una vita sana... Tranne per quella parte potente e distruttiva che ho tenuto segreta.

Psicologo:
Fuori da queste mura centinaia di giornalisti vorrebbero intervistarla. Lei mi ha chiesto di venire perchè aveva qualcosa di importante da dire. Crede che la pornografia possa essere una delle cause per cui molte donne vengono violentate e uccise nella maniera che lei fece?

Ted Bundy:
Sono in prigione da abbastanza tempo per poter dire che i tanti uomini che ho incontrato e che hanno commesso violenze e abusi nutrivano tutti, senza eccezioni, una passione per la pornografia.

Psicologo:
Pensa mai alle vittime e alle loro famiglie? Dopo tanti anni le loro vite non sono normali, non torneranno mai ad esserlo. Prova del rimorso?

Ted Bundy:
Io spero che coloro ai quali ho causato tanta sofferenza, anche se non crederanno al mio dolore, vogliano almeno credere che ci sono tanti esseri come me che vivono liberi nelle loro città, e i cui istinti vengono accesi giorno per giorno dalla violenza dei media in tutte le sue forme.

Psicologo:
Kimberly Leach, l'ultima sua vittima, aveva appena 12 anni...

Ted Bundy:
Non trovo parole per esprimere ciò che provo. E non posso spegnere il dolore dei genitori, non lo pretendo. Non chiedo di perdonarmi. Solo Dio può farlo.

Psicologo:
Crede di meritare la punizione che le ha inflitto lo Stato?

Ted Bundy:
Bella domanda! Perchè mentre noi parliamo ci sono persone giuste che condannano la condotta di Ted Bundy mentre passano accanto a dei magazzini pieni di articoli che porteranno dei ragazzini sulla buona strada per diventare anche loro dei Ted Bundy. E' questa l'ironia!

Psicologo:
C'è del cinismo nelle sue parole. Ma lei mi ha anche detto che crede in Dio ed è fedele. Le dà forza la fede nelle sue ultime ore di vita?



Denise Naslund

Ted Bundy:
Si, anche se non posso dire di essermi del tutto preparato ad entrare nella Valle delle Ombre, e neppure che sono forte e che non mi importa di morire. Mi sento solo invece, e cerco solo di ricordare che a tutti noi succederà prima o poi.

Psicologo:
Fa parte della vita umana...

Ted Bundy:
Milioni di persone hanno attraversato questa terra prima di noi e già hanno vissuto questo passaggio. E' solo una nuova esperienza, comune a tutti noi.

Ted Bundy è stato definito spesso come il ragazzo della porta accanto, il perfetto gentiluomo, il figlio e l’amico che tutti vorrebbero avere.
Una delle cose più sconcertanti è che mentre uccideva le sue vittime, per anni ha lavorato al centralino di un centro antiviolenza.

A testimoniarlo è stata la giornalista e scrittrice Ann Rule, che ha conosciuto Bundy proprio in quell’ambito e ha lavorato con lui senza mai sospettare chi fosse realmente: la sua esperienza è raccontata nel libro Un estraneo al mio fianco.

Personalmente non ritengo Bundy un malato di mente, come molti giornalisti hanno sostenuto, ma una persona lucida e consapevole delle sue azioni; infatti pianificava meticolosamente ogni delitto.
Peccato che abbia scelto di sprecare un potenziale intellettivo così alto, quando avrebbe potuto cambiare il mondo in meglio.



15 commenti:

  1. È agghiacciante sentire le sue parole... sembra lucidissimo e si prende anche la "responsabilità" di quello che ha fatto, malgrado voglia dare in parte la colpa alla pornografia. Sembra davvero una persona intelligente e non un malato di mente.

    Fa paura pensare che una persona così apparentemente tranquilla possa avere uno scatto, un cambio così radicale della personalità all'improvviso...

    Interessantissimo post!!

    un saluto
    Giulia

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    1. Ma Bundy, non era malato di mente, sapeva quello che faceva.
      un saluto :)

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  2. Premetto che sono amante del telefilm Criminal Minds, ma un conto sono i film e un altro è la realtà…
    La mente umana è un mistero, un labirinto, un meraviglioso capolavoro, ma spesso ha dei risvolti raccapriccianti…
    Comunque sia, io sono contro la pena di morte, penso che nessun uomo abbia il diritto di togliere la vita ad un suo simile MAI!
    Un abbraccio a te Xavier, ti auguro una serena settimana

    P.S. Oggi ho pubblicato il tuo post sul Po sul  mio sito , ti ringrazio ancora tanto :-)

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    1. Io non so cosa potrei fare se qualcuno come Bundy torturasse e uccidesse mia sorella o mia madre...
      Buon inizio settimana anche a te :)
      Xavier

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  3. Su di lui ho letto sia il libro della Rule che uno di Hazelwood (che è stato uno fra i primi profiler del BAU americano) e sono rimasta agghiacciata da come riuscisse sempre ad avere un perfetto autocontrollo e soprattutto una mancanza totale di moralità.
    Il suo QI altissimo (se non sbaglio era quasi 200) è stato usato nel modo peggiore.
    Un bacione, bellissimo post
    Ruth

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    1. Infatti è stato dichiarato capace di intendere e volere...
      un abbraccio :)

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  4. Ciao Xavier, una storia interessantissima che non ricordavo.
    Hai fatto un racconto molto dettagliato e ben fatto, bravo
    Un abbraccio.
    Antonella

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  5. Molto interessante, conoscevo solo la cronaca di questo serial killer, ma l'intervista apre un sipario diverso.
    Neanch'io penso fosse un malato di mente, ma anzi notevolmente intelligente.
    Non è possibile capire fino in fondo cosa succeda nell'animo di queste persone.

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    1. Bundy possedeva un QI molto alto, era un manipolatore.
      un saluto

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  6. Ciao Xavier,
    non conoscevo la storia di questo killer spaventoso...
    buona serata un abbraccio

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    1. Se poi ci metti che sapeva conquistare la fiducia di chi veniva in contatto con lui è ancora più terribile.
      un abbraccio

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  7. Non mi ricordavo questa storia..è agghiacciante, soprattutto per la lucidità con cui ha parlato della sua storia e se penso che incontrandolo non avresti minimamente intuito quello di cui era capace....beh, è davvero spaventoso.
    Ciao, Stefania

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  8. L'intervista è come un pugno nello stomaco, è incredibile pensare che cosa avrebbe potuto fare di buono Ted Bundy se solo avesse usato le sue capacità per il bene del prossimo.
    Certo è, come disse una volta in un'altra intervista, che quanto meno ha raggiunto lo scopo di non venire mai dimenticato.
    Un abbraccio zamposo

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  9. Credo che le parole del giudice siano state esemplari.
    Sai, quello che mi ha sempre spaventata di Bundy era come riuscisse a conquistare la fiducia altrui, una cosa davvero pazzesca se pensi che ha anche lavorato in un centro anti violenza...
    Un bacione

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