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02/06/13

2 Giugno o non 2 Giugno? Questo è il dilemma...


2 Giugno: c’è il Presidente manca la Repubblica
C’è un paradosso intorno al 2 giugno: da una parte una festa “fredda”, a lungo senza un rito preciso, che ha iniziato ad avere una sua fisionomia in tempi recenti. Dall’altra una figura, il presidente della Repubblica, che invece è indubbiamente figura forte, centrale nel sistema politico. La festa più che all’istituzione, sembra dunque concentrarsi sulla persona che la rappresenta.
Il paradosso sta proprio qui: nel fatto che quella dimensione repubblicana in Italia sembra più simile a una consuetudine monarchica, per cui si celebra nel Re, la monarchia, con un carico rilevante sulla persona, a fronte dell’istituzione che continua a rimanere in ombra. In altre parole: c’è il Presidente, ma manca la Repubblica, per meglio dire latita la cultura repubblicana. Ma il paradosso non è privo di ragioni e perciò “meno paradossale” di quanto sembri.


Patria repubblicana”: la scelta allude a una specifica pratica della libertà, distinta da quella liberale. La libertà per i repubblicani è non essere sottoposti alla volontà arbitraria di qualcun altro. L’ideale repubblicano è predisporre un sistema di tutela in grado di eliminare, ora e domani, la possibilità di subire arbitrio. Per i liberali la libertà è garantirsi possibilità di azione senza una legge limitante. L’insistenza sul termine “repubblicano”, non è casuale. Noi in questi anni in Italia abbiamo ripetuto all’infinito – come non mai in tutta la storia italiana – il termine liberale che abbiamo attaccato a qualsiasi cosa, e lo abbiamo sostanzialmente identificato con la libertà. Ma non è esattamente così, e più spesso l’immagine che abbiamo associato alla parola libertà è stata quella dell’abbassamento dei vincoli. Più arretrata, comunque meno definita è stata un’idea di libertà che ha come obbiettivo primario l’annullamento dell’arbitrio. E è stata più blanda per un motivo sostanziale.
Come si evita l’arbitrio secondo l’ideale di libertà repubblicana? 
La legge e il dettato costituzionale – ovvero il patto sancito tra soggetti liberi – sono i due terreni per il mantenimento della libertà. A differenza dei sostenitori dello slogan “meno Stato”, la legge per l’ideale repubblicano non costituisce un’interferenza che limita la libertà. Così per l’ideale repubblicano il problema è rimettere al centro della politica il dettato costituzionale.

La presidenza della Repubblica dunque nel tempo lungo si è fissata un compito: fondare un cultura repubblicana. E fondarla in un Paese che nel linguaggio popolare ha associato la parola “Repubblica”, a partire dalla memoria lunga dei moti del 1848, alla parola disordine, anzi meglio: a “sovvertimento dell’ordine”.
Nel complesso è ancora un processo in corso, dall’esito incerto e in cui appunto il carisma della persona viene prima e sopravanza la forza dell’istituzione e dei suoi principi, a dimostrazione che due generazioni di italiani (tre se si comprende quella che esce dalla guerra nel 1945 e decide nel referendum del giugno 1946) non sono ancora state in grado di dare solidità e consistenza a un contenuto culturale che ancora rimane incerto. 

(linkiesta)



Il 2 Giugno e quei voti nel sacco della munneza
Tutto accade a Montecitorio, nella Sala della Lupa. I valletti della Camera dei deputati indossano la tenuta delle grandi occasioni: frac, farfallino bianca, bracciali tricolori e tosoni di metallo dorato. Un tavolo a ferro di cavallo è riservato ai presidenti e ai consiglieri di sezione di Cassazione. Le poltrone che gli stanno di fronte, al governo e ai giornalisti. Sul tavolo sono collocate due macchine calcolatrici, quella di destra riservata alla monarchia, quella di sinistra alla repubblica. Nel pomeriggio, a poco a poco, la sala si anima: entrano i giornalisti, arriva uno stinto tricolore che si dice sia quello della Repubblica romana del 1849, si accomodano gli ufficiali della Commissione alleata che masticano chewing gum e commentano l’antichità degli arazzi medicei appesi alle pareti. Quando giunge Vittorio Emanuele Orlando, possibile presidente della Repubblica, viene soffocato un tentativo di applauso.

Alle 18 tutti in piedi: entra la Cassazione. Subito dopo vengono portati in sala i sacchi con i verbali e le schede provenienti da tutta Italia. Dalle sezioni del Nord arrivano sacchi delle poste della Repubblica sociale, dall’Emilia agricola sacchi che in precedenza avevano contenuto grano e farina, da Roma niente sacchi, ma plichi a mano, le schede di Napoli, invece, sono rinchiuse in sacchi per la monnezza.
Si procede leggendo i dati dei verbali e con i “calcolatori” (il termine è riferito agli addetti alle macchine calcolatrici, non alle macchine stesse) che aggiungono cifra dopo cifra fino a ottenere i totali (ma non si fidano dei loro marchingegni e rifanno i conti a mano). Alla fine la somma dà 12 milioni 600 mila e rotti per la repubblica e 10 milioni 600 mila e rotti per la monarchia. Il risultato dovrebbe essere chiaro, ma invece rimane sospeso in una specie di limbo: i liberali (pro monarchia; i primi due presidenti della Repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi saranno entrambi liberali ed entrambi monarchici) hanno presentato un ricorso sulle schede bianche e nulle. Vanno considerate voti validi o no? La Corte di Cassazione opterà per non considerarli validi, ma anche se avesse deciso il contrario, il risultato finale non sarebbe cambiato: i voti nulli saranno 1.498.136 e quindi non avrebbero potuto inficiare il margine di due milioni per la Repubblica (ammesso e non concesso che fossero tutte schede di monarchici).


L’incertezza, però, provoca tensione. La Cgil decide che ha vinto la Repubblica e proclama un giorno di festa. A Napoli, città che ha dato la maggioranza alla monarchia, gruppi di sostenitori di casa Savoia cercano di assaltare la sede del Pci che espone un tricolore senza lo scudo crociato sabaudo. Con prosa retorica, così La Stampa conclude l'articolo dell'11 giugno (che non è firmato, ma solo siglato “a.”): «Le grida degli strilloni [dei giornali] si confondono con i canti rivoluzionari dei cortei, con le canzoni dei gruppi monarchici. In quest'aria mossa e riscaldata non soltanto dal fiato della sera estiva crepitano i motori delle autoblinde in corsa dietro il lungo lamento delle loro allarmanti sirene».
La Repubblica sarà proclamata soltanto il 18 giugno alle ore 18, dalla Corte di Cassazione, nella medesima Sala della Lupa. E così il 2 giugno diventa così Festa della Repubblica.
(linkiesta)


Le buone ragioni per non festeggiare il due giugno
La prima volta senza sfilata è stato il 2 giugno 1963. Papa Giovanni XXIII sta morendo e c’è poco da festeggiare. «Il presidente del Consiglio, sicuro di interpretare lo stato d’animo di tutti i cittadini, ha deciso che tutte le manifestazioni ufficiali indette per il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica, siano rinviate a data da destinarsi», recita il comunicato ufficiale firmato da Amintore Fanfani.
I militari, però, a Roma erano già arrivati (quell’anno doveva per la prima volta sfilare anche un contingente Nato) ed eccoli andare in piazza San Pietro per partecipare alla veglia al Papa morente. La Stampa del 2 giugno pubblica una fotografia che ritrae un gruppo di alpini in ginocchio. E l’inviato Gigi Ghirotti scrive, il giorno prima, un articolo in uno stile davvero di altri tempi. «Arrivarono soldati. Per domani si attendeva a Roma la sfilata per la festa della Repubblica, con la partecipazione di reparti della Nato. Perciò la capitale è colma di militari, di molti eserciti e di tutte le specialità. Ad una cert’ora Piazza San Pietro appariva ricoperta di una distesa di uniformi: bersaglieri con il pennacchio, alpini con la penna, cadetti di marina, d’aviazione, dei collegi militari, di imprecisate formazioni e nazionalità. Un cappellano militare se ne trascinava dietro un drappellone mistilingue. Si fermarono davanti all’obelisco. “Ragazzi – disse il cappellano – vogliamo dire una preghiera per il Papa?”. Si udì nel selciato come un duro grandinare improvviso: erano i soldati che si gettavano ginocchioni. Non erano, a prima vista, giovani d’abitudini divote, almeno così si capiva dal loro grezzo e confuso prosternarsi e segnarsi con la destra la fronte e il petto. Il cappellano attaccò il “Padre nostro”».


L’altra volta che non si sfila lungo via dei Fori Imperiali è il 2 giugno 1976, una data particolare perché celebra il trentennale del referendum tenuto nel 1946. Ma neanche un mese prima, il 6 maggio, c’era stato il disastroso terremoto del Friuli, con un bilancio di 900 morti. La maggior parte delle forze armate italiane è schierata proprio in quella regione, lungo un confine reso caldo dalla guerra fredda. Tra l’altro muoiono anche 29 alpini della Julia, rimasti sotto le macerie della loro caserma, a Gemona. Tutti i militari disponibili sono impegnati a scavare tra le macerie e a rimuoverle per aiutare le popolazioni colpite. Non ci sono né il tempo né la voglia di tirarsi a lucido e andare a Roma. È lo stesso ministro della Difesa, Arnaldo Forlani a comunicare la decisione affermando che è stata presa «per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali».

La notizia è riportata dalla Stampa in maniera molto defilata. Solo in chiusura dell’articolo sul 2 giugno, scrive: «Domani il trentennale repubblicano sarà celebrato con semplicità, senza la consueta parata militare a Roma, abolita quest’anno opportunamente per concentrare ogni risorsa in Friuli». D’altra parte in quei giorni quel che non manca sono proprio le notizie: entro poco, il 20, si sarebbero tenute le elezioni politiche (quelle del montanelliano «turatevi il naso e votate Dc») in cui appariva concreta la prospettiva del sorpasso da parte del Pci sulla Dc. Il segretario democristiano, Benigno Zaccagnini, era in ospedale, appena operato, e un deputato uscente del Msi, Sandro Saccucci, era stato catturato a Chiasso mentre tentava di fuggire in Svizzera. Quattro giorni prima, a Sezze (Latina), un militante comunista era stato ucciso da colpi di pistola esplosi dall’auto in cui si trovava Saccucci; lo stesso parlamentare, tra i fondatori di Ordine Nuovo, aveva poco prima mostrato una pistola al pubblico che contestava il suo comizio.


Nessuno se lo immaginava, ma per un bel po’ quella dell’anno precedente sarebbe stata l’ultima parata “tradizionale”. Nel 1977, infatti, la sfilata non si tiene, sostituita da una cerimonia in Piazza Venezia, con una brigata costituita da 43 compagnie in rappresentanza di tutte le forze ed i corpi armati e non dello Stato. Sono gli anni dell’austerity, dei tagli al bilancio, e si decide di sospendere indefinitivamente la parata. Viene ripristinata nel 1983, ma su un itinerario minore, dall’Aventino a Porta San Paolo. Nel 1984 si torna in via dei Fori Imperiali e nel 1985 nuovo spostamento, mentre, sempre per motivi di risparmio, anche il 2 giugno finisce tra le festività soppresse e celebrate nella prima domenica successiva.


Risospesa nel 1992, e per tutto il settennato il Oscar Luigi Scalfaro, ritorna in via dei Fori Imperiali dal 2001 per volontà del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, poiché a suo parere costituisce inequivocabile segno di unità nazionale. Ciampi ripristina in pieno la festività. Dal 2006, però, non vengono più fatti sfilare i carri armati, sempre per ragioni di bilancio (tra l’altro c’erano state negli anni precedenti infinite polemiche sulle vibrazioni che lo sferragliare dei carri avrebbe trasmesso al vicino Colosseo).
La decisione di quest’anno di tagliare il sorvolo delle Frecce Tricolori e di non far sfilare i cavalli appare in linea con quanto accaduto negli anni passati.
(linkiesta)


4 commenti:

  1. Piccolo Falco, gli articoli che hai scelto per parlare di questo giorno sono molto importanti, perchè aprono un discorso su alcune pagine della nostra storia che ancora sono considerate scomode.
    Spesso parlando con tuo nonno lo sento dire che la Repubblica esiste ma solo a livello ideologico, perchè è ancora tutta da costruire e credo sia verissimo.
    TVB

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  2. Ciao Xav,
    non sapevo che questo non fosse il primo anno in cui non si festeggia davvero la repubblica, grazie per questi articoli perchè sono stati davvero illuminanti.
    Che dire?
    C'è ancora tanta strada da fare per avere questa benedetta repubblica!
    Un bacione

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  3. Festeggiare o non festeggiare… non so sinceramente… io non sono per o sfarzo e lo spreco, amo le cose moderate…
    Un caro saluto a te Xavier

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  4. Festeggiare la nascita di una stupenda repubblica, con una bellissima costituzione poi vederla anno per anno prenderla per il cu..o da questi italiani di oggi, non ne vale proprio la pena di festeggiare, semmai fare un degno funerale.

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