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27/10/12

Pier Paolo Pasolini: "Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole"


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
[…]
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 Novembre 1974

Meno di un anno dopo, il corpo di Pier Paolo Pasolini veniva ritrovato nella sua auto a Ostia, brutalmente massacrato e l’omicidio attribuito a Pino Pelosi, un ragazzo di vita.
Il racconto di Pelosi presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non poteva risultare l'arma contundente che aveva causato le ferite di grave entità riscontrate sul corpo di Pasolini e una colluttazione fra i due era da escludersi a causa dell'assenza sul corpo del ragazzo di ematomi e di alcuna macchia di sangue della vittima.
(da pierpaolopasolini.net)
Tutti sapevano che c’era molto altro dietro la morte di Pasolini ma nell’Italia degli Anni di Piombo c’era la fretta, quasi l’urgenza, di chiudere quello scomodo capitolo; Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d'Appello, venne confermata la condanna.
Ma cosa c’è dietro il brutale omicidio di un giornalista, poeta, scrittore, regista e intellettuale spesso scomodo come Pasolini?
Non condivido l’opinione di Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, che attribuisce all’omosessualità di Pasolini la sua morte con queste parole:
“Più semplicemente vale per Pasolini quello che è successo a molti altri gay: alcuni ragazzi di vita colti da un raptus omicida non predeterminato, o che volevano dare una “lezione” ad un gay che li frequentava, hanno finito per uccidere il compagno di una serata”
(Grillini)
E’ un discorso molto semplice e contestualizzato: facile ricorrere all’omosessualità di Pasolini, in questo modo si finge di non ricordare che in quegli anni l’Italia era travolta dal terrorismo, dalle guerre di Mafia, che a Roma esistevano personaggi come Andreotti che tiravano le fila dello Stato.
Ha ben donde Giulio Cavalli di scrivere nel suo libro L’Innocenza di Giulio:
le mani di Giulio sono mani che hanno girato il mondo, la mano di Giulio ha stretto milioni di mani; la mano di Giulio è un timbro, una garanzia...

Cos’è successo allora, chi non ha tirato il freno di quel meccanismo infernale che avrebbe portato Pasolini alla morte?
Chi lo sa tace, ha ancora troppo da perdere.
Ma c’è anche chi comincia a stancarsi e scrive queste parole nero su bianco:

Se "Petrolio" fosse stato pubblicato, Pasolini sarebbe ancora vivo.
Come è vero che se Saviano non fosse riuscito a pubblicare "Gomorra", sarebbe morto
Pasolini stava lavorando a un romanzo, "Petrolio", in cui alludeva all'attentato a Enrico Mattei, presidente dell'Eni. Pasolini scrive che Eugenio Cefis, citato con il nome di fantasia di Troya, diventa a sua volta presidente dell'ENI e questo "implica la soppressione del suo predecessore". Cefis, secondo il Sismi, è il fondatore della P2. Alla sua fuga dall'Italia, nel 1977, il suo posto fu preso da Licio Gelli. Cefis teorizzava un golpe bianco, senza l'uso dei militari e della violenza, attraverso il controllo dei mezzi di informazione, come descritto in seguito nel "Piano di rinascita democratica" di Gelli. Per Pasolini, il delitto Mattei è il primo di una lunga serie di stragi di Stato.
Una tesi sostenuta persino da Amintore Fanfani: "forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei, più di vent'anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita." Se il libro "Petrolio" fosse stato pubblicato, forse Pasolini sarebbe ancora vivo. Se Roberto Saviano non fosse riuscito a pubblicare "Gomorra", forse sarebbe già morto".
(da pierpaolopasolini.net)

Non sapremo forse mai la verità sulla morte di Pasolini né su tante altre morti che hanno devastato l’Italia, come scrive ancora Giulio Cavalli la verità è fatta a brandelli o come cantava De Andrè storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale. Cos'altro vi serve da queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite.
A noi il compito non dimenticare e di perseverare nella ricerca della verità perché...

nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!
(Pier Paolo Pasolini)










2 commenti:

  1. Nonostante la profonda stanchezza non posso fare a meno di commentare questo bellissimo post.
    Non avevo mai letto un testo così crudo, sincero e ben approfondito su Pasolini, la società italiana e il potere corrotto che governa il nostro paese scritto da un ragazzo della tua età: questo dimostra che sei una persona fuori dal comune, che non ti accontenti di restare in superficie ma vai sempre al fondo delle cose.
    Penso anch'io che un personaggio come Pasolini sia stato ucciso non perchè fosse gay (Grillini spara sempre cazzate, basta vedere come ha ridotto Arcigay che fa schifo) ma perchè denunciava "fatti scomodi", quindi come tanti prima e dopo di lui è stato "messo a tacere".
    Chissà, se davvero fosse stato pubblicato Petrolio, allora forse le cose sarebbero andate in modo diverso ma col senno di poi è inutile ragionare.

    ps: peccato che nessun altro sia venuto a commentare questo post. E' proprio vero, gli argomenti dove si deve riflettere un pò vengono evitati come la peste!

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  2. Pasolini aveva colto l'essenza del potere, il potere deve asservire a sè ogni cosa altrimenti non ha ragione di esistere e chiunque osa opporsi è destinato a diventare un "eroe", nel senso che deve morire come un martire perchè cercava di fare giustizia.
    Come scrisse Brecht "beato quel paese che non ha bisogno di eroi".
    Bellissimo post, bravo Mago!

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