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22/05/12

Per ogni pidocchio cinque bastonate


È uno di quei pochi uomini che hanno ancora qualcosa da raccontare. Lo considera un dovere: «Quando parlo ai ragazzi delle scuole li trovo attentissimi. Ma capisco che non sanno niente di quei tempi: chiedono quando è stata la guerra, chi l’ha fatta e contro chi, chi ha vinto e chi ha perso».
L’avvocato Gianfranco Maris è stato a Mauthausen-Gusen, il campo di concentramento nazista che vanta, per modo di dire, la più alta percentuale di vittime: morì il 60 per cento dei deportati. Dachau e Buchenwald sono sotto il 30 per cento. Auschwitz sembra poco sotto alla percentuale del Lager in cui è stato Maris, ma lì non ci andavano i «politici» come a Mauthausen, ci andavano gli ebrei e spesso gli ebrei venivano mandati nelle camere a gas prima dell’immatricolazione, così che la macabra contabilità è inesatta per difetto. 

«Ero ufficiale. Slovenia, Croazia, Grecia. Comandavo soldati che avevano dieci anni più di me. L’80 per cento di loro era analfabeta. Pastori del Sud che mi chiedevano di leggere le lettere che arrivavano da casa. Raccoglievo confidenze di povera gente che era stata mandata a morire a migliaia di chilometri da casa senza sapere perché. Mi guardavano e mi chiedevano: perché facciamo questa guerra? Non sapevo che cosa rispondere. E non potevo non capire che quella guerra era una rapina, un’infamia. Molti sono diventati comunisti a causa di quella guerra». Gli chiedo se s’è mai sentito deluso – dopo – dal comunismo: «Quello che è successo in Russia, e anche altrove, è una degenerazione del comunismo».

Torniamo a quei tempi. Arriva il 25 luglio, poi l’8 settembre, l’esercito nel caos, ordini che non arrivano. «Siamo tornati in Italia a piedi. A Milano andai in una sede del Pci davanti all’ospedale Fatebenefratelli. Decisero di mettere a disposizione la mia esperienza militare. Vado in Val Brembana, organizzo una brigata in Val Taleggio, poi mi mandano in Valtellina. Ma alla stazione di Lecco io e un compagno veniamo arrestati dalle SS: ci aveva venduti un partigiano arrestato». Il carcere a Bergamo e a San Vittore, le botte. Poi il binario 21: partenza per Fossoli, quindi Mauthausen-Gusen. «Ci arrivammo il 5 agosto 1944. Era un campo per deportati politici. Poi vennero deportati anche i non “politici”: bastava essere operai e avere braccia buone per il Reich. I non idonei finivano nelle camere a gas, o uccisi con un’iniezione di benzina al cuore». Mi spiega come cercavano di tenerli in forze, visto che erano «utili» come forza-lavoro. «Nell’agosto del ’44, quando sono arrivato, davano un chilo di pane al giorno da dividere in sei. Nel marzo del 1945 la stessa razione veniva divisa in 24. Ricordo la fame, il freddo, la dissenteria.

«La sera c’era il controllo dei pidocchi. Ti facevano spogliare e controllavano i vestiti: per ogni pidocchio, cinque bastonate. Una sera d’inverno mi trovarono cinque pidocchi. Presi venticinque bastonate, poi lasciarono i miei vestiti tutta la notte sul tetto pieno di neve e mi fecero dormire nudo. La mattina tornai alla cava di pietre indossando i vestiti inzuppati di neve e gelati». Come ha fatto a sopravvivere? «Non lo so neanche io, forse non lo sa nessuno. Morirono in tanti: si moriva prima con la testa e poi con il corpo. A volte, quando racconti ti dicono: non è possibile che sia successo tutto questo. Ma è successo, e potrebbe succedere ancora. Ecco perché noi dobbiamo mantenere la memoria. La conoscenza della storia è la prima condizione per la libertà». 
(La Stampa)


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