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05/03/12

Sono ITALIANO e non mi vergogno


Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.
Nel febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l’argomento nel disinteresse. Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati “cittadini di serie B”, e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d’altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani. Fra il 1943 e il 1945 quelle terre sono state sotto l’occupazione nazista, in pratica sono state annesse al Reich tedesco.
Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta “perché, ricorda ancora Sabbatucci, è stata ignorata per molto tempo”.
Il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano ha dedicato la giornata del ricordo ai morti nelle foibe. Inizia oggi l’elaborazione di una delle pagine più angoscianti della nostra storia.

Perché non si parla delle foibe?
E’ un’altra pagina vergognosa della storia italiana anche se gli italiani sono stati le vittime o ci sono morti di serie A e morti di serie B?
Le foibe sono una pagina nera della dittatura di Tito, gli italiani vivi o morti venivano presi e buttati in queste voragini e lasciati a morire come topi in trappola. Pochi i sopravvissuti, nulla rispetto all’alto numero delle vittime: le foibe sono una Shoah tutta italiana che per anni è stata messa a tacere e volutamente ignorata. Solo da sette anni si comincia a parlare dell’eccidio italiano, perché di questo si tratta.
Cosa bisogna fare per far sì che la memoria di queste stragi non vada persa?
Parlare, ricordare e non vergognarsi: siamo state vittime anche noi, perché non possiamo esprimere il nostro dolore, perché non possiamo essere indignati, perché non abbiamo il diritto di chiedere giustizia?
Dimenticare la Storia e il nostro passato significa rinnegare il sacrificio di chi ci ha preceduti, rifiutare le nostre radici e dare ragione ai nostri carnefici.
Perché l’Italia e gli italiani non sono quella macchietta derisa dal resto del mondo, non siamo i nostri politici, siamo un popolo che ha voglia di cambiare le cose, sempre in prima linea ogni volta che c’è da aiutare qualcuno, sempre impegnato.
Allora rivendichiamo il diritto di ricordare e impariamo dall’America che in questo caso insegna: impariamo a essere orgogliosi di essere ITALIANI.


2 commenti:

RainMan87 ha detto...

Sei il ragazzino più maturo che abbia mai conosciuto on line, leggere i tuoi post è sempre un piacere.
Hai scritto bene: non dobbiamo vergognarci di essere italiani o di essere stati vittime di un massacro. Non possiamo prenderci sempre e solo le colpe, per una volta possiamo anche "godere" del diritto di piangere in pace i nostri morti senza che nessuno venga a dirci qualcosa.

FranzMari ha detto...

Perché non se ne parla? Perché c'è qualcuno che ha la presunzione di essere sempre migliore degli altri (tipo God, per capirci) e per difendere questa aura di infallibilità cerca di insabbiare i propri errori e le proprie nefandezze. C'è da dire che con noi italiani questi soggetti hanno vita facile: riusciamo a farci abbindolare con una facilità disarmante ed arriviamo persino a negare l'evidenza e a contraddire noi stessi per difendere gli abbindolatori.
Ti sei chiesto come mai, ancora oggi, ci sia gente che rifiuta categoricamente di accettare il fatto che, dopo la Liberazione dell'Italia dal regime fascista, molti esponenti dei gruppi di liberazione (molti, non tutti) si siano lasciati andare a vendette trasversali (su parenti, amici e conoscenti dei propri nemici) e ad umiliazioni ed uccisioni gratuite, dettate solo dall'odio di parte e non dal vero desiderio di libertà?
Chiunque abbia tentato di farlo presente è stato tacciato di revisionismo e di servitù politica verso il nemico (nota bene: "nemico", non "avversario").
Purtroppo la verità è che vorremmo sentire solo quello che sta bene a noi e non la realtà dei fatti; siamo come bambini che si tappano le orecchie e gridano, per non sentire ciò che li infastidisce...