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04/02/12

Follia

Chi vive senza follia non è così saggio come crede.
François de La Rochefoucauld



Erano spariti tutti, uno dopo l’altro, come le mosche sotto i colpi di Ammazzasette... pensava Robin salendo le scale.
In cinque anni i suoi amici più cari erano svaniti dalla sua vita come granelli di sabbia al vento, le sue mani non erano state abbastanza forti da poterli trattenere.
Per prima se n’era andata la signora Wilcott, che lui chiamava affettuosamente nonna Lizzie. Era sparita in una fredda notte d’inverno, i medici avevano detto che il suo povero cuore non aveva retto l’ultima influenza, ma lui e il grande Joe sapevano che in verità erano stati loro, i camici bianchi, a darle la morte.
Elizabeth Wilcott avrebbe potuto vivere almeno altri cento anni, se i suoi figli non avessero preferito i soldi all’amore della loro madre.
Era bastata un’iniezione per cancellarla dal mondo e per ottenere milioni di dollari, e anche se lui o Joe avessero cercato di fare qualcosa non sarebbero stati creduti. Chi prende sul serio dei matti?
Matti, sì, matti come cavalli: questo erano per la società che viveva fuori dal cancello.
Ma in realtà matto non lo era nessuno.
Erano stati tutti rinchiusi in quell’inferno bianco perché erano scomodi, diversi, inadatti a vivere nella comunità e dunque tutti condannati alla stessa fine.
Robin si fermò per un momento, tendendo bene le orecchie per avvertire se qualcuno si stesse avvicinando, poi sorrise: era solo il rumore del battito d’ali dei piccioni.
Jack O’Malley adorava i piccioni, erano sempre stati i suoi migliori amici. Viveva con loro da vent’anni a Central Park, ma un giorno la polizia lo arrestò e lo condusse al Chestnut Institute.
Aveva pianto per settimane, finché Joe non l’aveva portato in giardino e gli aveva mostrato che i suoi amici erano ancora lì per lui, pronti a posarsi sulle sue spalle e a prendere il cibo dalle sue mani.
Era stato Jack, col suo sorriso strano e il suo parlare semplice, quasi da bambino, che aveva insegnato a Robin l’amore per la natura. Insieme avevano trascorso notti a guardare le stelle fuori dalla finestra della loro stanza, con Joe e Maggie avevano covato le uova di piccione di nascosto dagli inservienti, mentre Lizzie preparava riserve di pane duro da sbriciolare.
E poi la scorsa primavera, era tutto finito. Un inserviente aveva trovato Jack intento a nutrire dei piccioni e l’aveva riferito al Direttore. In una sola notte di Jack non era rimasto più niente, se non un sacchetto pieno di briciole, il sacchetto che ora Robin stringeva fra le mani.
Alcuni dicevano che Jack era riuscito a lasciare il manicomio, altri che fosse volato via insieme ai piccioni, ma lui sapeva dov’era finito.
Si trovava al quinto piano, il Posto Segreto, sdraiato nel letto accanto a quello di Joe.
Perché ormai ne era sicuro, anche Joe era finito nel Posto Segreto, il Direttore non aveva mai perdonato il pugno che Joe gli aveva dato quando l’aveva trovato in camera di Robin, mentre cercava di costringere il ragazzo a giacere con lui. Aveva aspettato l’occasione giusta e l’aveva fatto condurre a forza nei sotterranei.
Da quel giorno Joe Robinson detto Il Gigante, il grande buon vecchio Joe, era volato in cielo.
Il suo corpo giaceva in un anonimo e triste letto, lobotomizzato, ma Joe era libero e lo stava aspettando.
Tutti lo stavano aspettando.
Lizzie, Jack, Joe e anche Maggie, l’infermiera che aveva pagato con la vita il suo amore per i pazienti del Chestnut.
E lui non li avrebbe delusi.
Non voleva più restare al Chestnut, dove i suoi genitori l’avevano spedito a quindici anni per poter finalmente vivere senza “quell’ingombro di figlio così strano e silenzioso”, non voleva più sfuggire al Direttore e alle sue mani appiccicose, non voleva più vivere nel terrore di essere condotto nei sotterranei.
Voleva raggiungere la sua famiglia ed essere libero.
Aprì la porta che conduceva al tetto, facendo attenzione a non fare rumore, poi la richiuse con delicatezza e si lasciò sfuggire un sospiro soddisfatto.
Il cielo era bellissimo, la luna era piena e le stelle sembravano più luminose che mai. Incurante dell’aria che gli scompigliava i capelli raggiunse il parapetto e lo scavalcò agilmente, restando in equilibrio sui pochi centimetri di cemento che lo dividevano dal vuoto.
Si sistemò la giacca del pigiama, ben sapendo che Lizzie lo avrebbe rimproverato se si fosse presentato di fronte a lei disordinato, controllò di avere in tasca l’orologio che Maggie gli aveva regalato e al collo la collana di Joe, poi cominciò a chiamare i suoi amici alati.
Quando i piccioni gli furono vicino sparse in aria le briciole contenute nel sacchetto e aprì le braccia sorridendo:
“Portatemi a casa” mormorò
Poi chiuse gli occhi e volò verso la libertà.

(MdO)

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